Non mi interessa sembrare professionale. Mi interessa esserlo.
Ci sono molti modi per sembrare professionali.
Parlare nel modo giusto.
Usare le parole giuste.
Avere un’immagine curata.
Presentarsi bene.
Conoscere tutti gli strumenti che fanno tendenza.
Tutto questo può essere utile.
Ma non è quello che, per me, definisce un professionista.
La professionalità si vede soprattutto quando non c’è niente da esibire.
Quando arriva un problema.
Quando qualcosa va storto.
Quando bisogna ammettere di non sapere una cosa.
Quando un cliente ha bisogno di sentirsi dire una verità che non è particolarmente comoda.
Quando nessuno controlla il lavoro che hai fatto.
È lì che si vede chi sei.
Io credo molto nell’onestà intellettuale.
Prima di tutto verso me stessa.
Non voglio vendermi per qualcosa che non sono.
Non voglio promettere competenze che non possiedo.
Non voglio far finta che un problema sia semplice quando non lo è.
E non voglio nemmeno nascondere un punto debole soltanto perché potrebbe rendermi meno “professionale”.
Se non so qualcosa, lo dico.
Se devo verificare, verifico.
Se ho sbagliato, lo ammetto.
Se vedo un problema, lo segnalo.
Se penso che una cosa possa essere fatta meglio, lo dico.
Per me non è una perdita di autorevolezza.
È esattamente il contrario.
Perché la fiducia non nasce dalla perfezione.
Nasce dalla certezza che dall’altra parte c’è qualcuno che ti dirà come stanno davvero le cose.
Questo vale anche nelle attività più piccole.
Una mail.
Un documento.
Una scadenza.
Un archivio.
Una procedura.
Niente di tutto questo è abbastanza importante da permettersi di essere fatto male.
E niente è così piccolo da non dire qualcosa del professionista che lo sta facendo.
È il motivo per cui non mi piace lavorare “tanto per fare”.
Fare una cosa significa assumersi la responsabilità di averla fatta.
E quella responsabilità non finisce quando clicchi su “invia”.
Per me continua nel controllo.
Nella verifica.
Nel chiedersi se avrebbe potuto essere fatto meglio.
È un principio che mi accompagna da sempre.
Non accontentarsi del risultato semplicemente perché è arrivato.
Se può essere migliore, si può ancora lavorare.
Non per inseguire una perfezione impossibile.
Ma per rispetto.
Del lavoro.
Del cliente.
Del tempo degli altri.
E di quello che abbiamo scelto di fare.
Forse è questa, alla fine, la mia idea di professionalità.
Non sembrare impeccabile.
Essere affidabile.
Anche quando nessuno guarda.
Anche quando è più facile lasciare correre.
Anche quando sarebbe più comodo dire quello che l’altra persona vuole sentirsi dire.
Perché un professionista, per me, non è quello che non sbaglia mai.
È quello che si prende la responsabilità di quello che fa.




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