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Non basta risolvere un problema. Bisogna evitare che ritorni.

Immagine del redattore: Giulia | Svart Desk
Giulia | Svart Desk
6 giorni fa
Tempo di lettura: 4 min

Un documento non si trova.

Qualcuno lo cerca, lo recupera, lo consegna. La situazione si chiude e tutti tornano al lavoro.

Per il momento, il problema sembra risolto.

Poi, qualche settimana dopo, succede di nuovo.

Un altro documento. Un'altra ricerca. Un'altra mezz'ora persa a ricostruire dove potrebbe essere finito.

A quel punto la domanda cambia.

Se lo stesso problema continua a tornare, lo abbiamo davvero risolto?

Gestire un problema non significa averlo risolto

Gestire e risolvere non sono la stessa cosa.

Gestire significa intervenire sull'episodio: trovare il documento, recuperare una scadenza dimenticata, rispondere a un cliente rimasto senza risposta.

A volte è necessario farlo immediatamente.

Quando c'è un'urgenza, si interviene. Non si può lasciare un problema aperto aspettando di averne analizzato ogni possibile causa.

Ma l'intervento sull'emergenza non conclude necessariamente il lavoro.

Una volta gestita la situazione, resta una domanda:

che cosa ha permesso a quel problema di verificarsi?

Perché se ciò che lo genera rimane invariato, il problema può ripresentarsi.

E la volta successiva bisognerà ricominciare da capo.

Il problema visibile e ciò che lo genera

Prendiamo alcune situazioni molto comuni.

Un documento non si trova.

La soluzione immediata è cercarlo e recuperarlo.

Ma il problema organizzativo è un altro: perché quel documento non era facilmente reperibile?

Esiste un criterio di archiviazione chiaro?

Il criterio viene applicato da tutti nello stesso modo?

Oppure il documento è stato salvato seguendo una logica personale che nessun altro conosce?

Una scadenza viene dimenticata.

La prima cosa da fare è recuperare la situazione e verificare cosa è ancora possibile fare.

Ma poi bisogna capire come quella scadenza viene gestita.

Dove viene registrata?

Chi la controlla?

Quando viene verificata?

Il controllo è affidato a un sistema oppure alla memoria di qualcuno?

Un cliente rimane senza risposta per giorni.

La risposta va data e la situazione va gestita con la dovuta attenzione.

Ma dopo bisogna chiedersi perché quella comunicazione sia rimasta ferma.

Era arrivata in un canale che nessuno controlla regolarmente?

Non era chiaro chi dovesse occuparsene?

L'informazione era dispersa tra email, messaggi e altri strumenti?

In tutti questi casi il punto non è cercare immediatamente un colpevole.

Il punto è capire che cosa, nel modo in cui il lavoro è organizzato, ha permesso al problema di verificarsi.

Quando l'errore diventa un'informazione

Un singolo errore può essere semplicemente un errore.

Può capitare.

Una persona può dimenticare qualcosa, interpretare male un'informazione, commettere una svista.

Ma quando lo stesso tipo di problema continua a ripetersi, il problema potrebbe non essere più soltanto individuale.

Diventa un'informazione sul sistema nel quale il lavoro viene svolto.

Se un documento continua a essere difficile da trovare, forse il problema è il criterio di archiviazione.

Se una scadenza viene dimenticata più volte, forse il problema è il modo in cui viene registrata e controllata.

Se le comunicazioni rimangono senza risposta, forse non è sufficientemente chiaro chi deve gestirle e attraverso quale canale.

La domanda quindi non è soltanto:

«Chi ha sbagliato?»

Ma anche:

«Che cosa ha permesso a questo errore di verificarsi?»

È una differenza importante.

Perché correggere una persona può risolvere quell'episodio.

Correggere ciò che ha generato l'errore può evitare che lo stesso problema si ripresenti.

Intervenire serve. Capire serve ancora di più.

Nel lavoro quotidiano ci sono problemi che non possono aspettare.

Quando qualcosa si rompe, bisogna intervenire.

Quando una scadenza è vicina, bisogna gestirla.

Quando un cliente aspetta una risposta, bisogna rispondere.

L'organizzazione non può diventare una giustificazione per rimandare l'azione.

Ma c'è un momento successivo che spesso viene saltato.

Una volta gestita l'urgenza, bisogna capire cosa è successo.

È la prima volta?

È già accaduto?

È cambiata soltanto la situazione oppure si sta ripetendo la stessa dinamica?

Se il problema torna, non è semplicemente una nuova emergenza.

È un segnale.

Ci sta dicendo che qualcosa, nel modo in cui il lavoro viene svolto, non sta funzionando come dovrebbe.

Dall'emergenza alla prevenzione

C'è una differenza tra passare il proprio tempo a gestire gli stessi problemi e costruire condizioni che ne riducano la possibilità di ripetersi.

Il primo approccio porta a una sequenza continua di emergenze:

succede qualcosa → si interviene → si risolve nell'immediato → si torna al lavoro → succede di nuovo.

Il secondo parte dall'episodio per capire cosa può essere modificato.

Non significa eliminare ogni imprevisto.

Sarebbe impossibile e poco realistico.

Significa ridurre quelli che dipendono da una cattiva organizzazione, da informazioni disperse, da procedure assenti o poco chiare, da controlli che non esistono o dalla memoria delle persone.

È qui che il metodo diventa concreto.

Un archivio con criteri chiari rende più semplice trovare un documento.

Una procedura condivisa permette di svolgere un'attività senza dover ogni volta ricostruire da capo come farla.

Un sistema di controllo delle scadenze riduce la dipendenza dalla memoria.

Una responsabilità definita sulle comunicazioni riduce il rischio che una richiesta rimanga senza risposta.

Non sono strumenti spettacolari.

Sono fondamenta.

Un buon sistema non elimina tutti i problemi

Un'organizzazione ben costruita non rende impossibili gli errori.

Gli imprevisti fanno parte del lavoro.

Quello che può cambiare è la frequenza con cui determinati problemi si ripresentano e il tempo necessario per gestirli.

Se ogni volta che manca una persona bisogna chiedere a qualcuno dove si trova un documento, come si svolge un'attività o quale sia il prossimo passaggio, il problema non è necessariamente quella persona.

Potrebbe essere il fatto che quell'informazione esiste soltanto nella sua memoria.

Se una stessa attività viene svolta ogni volta in modo diverso perché non esiste un criterio condiviso, il problema non è necessariamente chi la esegue.

Potrebbe mancare uno standard.

Se ogni urgenza richiede di ricostruire informazioni disperse tra email, file e conversazioni, il problema non è necessariamente chi si trova a gestirla.

Potrebbe mancare un sistema.

È questo il punto in cui la gestione operativa incontra il metodo.

Non basta risolvere ciò che si vede. Bisogna capire ciò che lo genera.

Risolvere alla radice

Il lavoro organizzativo, per me, non consiste nel rincorrere continuamente gli stessi problemi.

Consiste nell'intervenire quando serve, gestire ciò che è urgente e poi andare più a fondo.

Capire.

Individuare la causa.

Modificare ciò che la genera.

Costruire condizioni più affidabili perché il problema non debba essere affrontato ogni volta da capo.

Non serve un'organizzazione perfetta.

Serve un'organizzazione che impari dai problemi invece di limitarsi a gestirli.

Perché un errore può essere un episodio.

Un problema che continua a ripetersi è un'informazione.

E vale la pena ascoltarla.


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