La sensibilità non è il contrario della professionalità
Per molto tempo ho pensato che la sensibilità fosse una cosa che dovevo imparare a gestire.
Perché essere molto sensibili significa anche sentire molto.
Le persone.
Gli ambienti.
Le tensioni.
Le cose non dette.
Le incoerenze.
Quello che c’è dietro una risposta troppo brusca o dietro un silenzio che sembra non significare nulla.
E, soprattutto, significa accorgersi di cose che magari gli altri non vedono.
Da ragazza non avevo ancora le parole per spiegare tutto questo.
Sapevo soltanto che osservavo molto.
A scuola riuscivo a vedere chi sembrava antipatico ma in realtà era fragile.
Chi sembrava sicuro ma non lo era affatto.
Chi si costruiva una maschera e chi, invece, non aveva bisogno di costruirne una.
Poi ho incontrato il mondo del metal e ho ritrovato la stessa cosa sotto un’altra forma.
Persone che, viste da fuori, potevano sembrare aggressive, provocatorie, persino inquietanti.
E che invece avevano dentro studio, disciplina, passione, cultura, convinzioni fortissime.
È stato uno dei primi modi in cui ho capito quanto può essere sbagliato fermarsi alla superficie.
Oggi non penso più alla sensibilità come a qualcosa che deve essere corretto.
Penso che, se usata bene, sia uno strumento.
Mi permette di osservare.
Di fare domande.
Di accorgermi quando qualcosa non torna.
Di capire che dietro un problema apparentemente tecnico può esserci un problema umano.
Ma c’è una cosa importante.
Essere sensibili non significa lasciarsi trascinare dalle emozioni.
Al contrario.
Per me significa imparare a osservarle senza permettere che decidano al posto mio.
Nel lavoro questo diventa ancora più importante.
Un professionista non ha bisogno di qualcuno che gli dica semplicemente quello che vuole sentirsi dire.
Ha bisogno di qualcuno che sappia vedere quello che non funziona e abbia il coraggio di dirglielo.
Con rispetto.
Con chiarezza.
Anche quando non è la cosa più comoda da ascoltare.
È qui che, per me, sensibilità e rigore si incontrano.
La sensibilità mi permette di vedere.
Il rigore mi impedisce di fermarmi a ciò che sento.
Osservo, cerco di capire, verifico.
E poi agisco.
Non credo che essere professionali significhi diventare impermeabili.
Credo significhi saper usare quello che siamo senza permettere che ci impedisca di fare bene il nostro lavoro.
La mia sensibilità non è qualcosa che lascio fuori dalla porta quando lavoro.
Fa parte del modo in cui guardo le persone, i problemi e le situazioni.
E forse è proprio per questo che continuo a guardare oltre la superficie.
Perché spesso quello che conta davvero non è quello che si vede per primo.
È quello che si scopre dopo.




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